L’intolleranza al lattosio è un deficit enzimatico che racchiude l’insieme dei sintomi che insorgono a causa della carenza dell’enzima lattasi (beta-D-galattosidasi). Il lattosio è il principale zucchero del latte prodotto dai mammiferi ed è un disaccaride composto da due monomeri D-glucosio e D galattosio uniti da un legame beta (1-4) glicosidico. L’enzima lattasi ha il compito di scindere questo legame e idrolizzare il lattosio nei due zuccheri semplici glucosio e galattosio, monosaccaridi che solo in questo modo possono essere assorbiti al livello intestinale. L’uomo ha iniziato ad introdurre nella sua alimentazione il latte vaccino a partire dalla “rivoluzione neolitica” con l’inizio dell’agricoltura e quindi circa 10.000 anni fa. In questo periodo l’uomo ha abbandonato la vita nomade basata prevalentemente sulla caccia e sulla raccolta, per formare con altri individui insediamenti stabili basati su pratiche agricole. E’ molto probabile che fino a quel momento l’uomo fosse geneticamente privo dell’enzima lattasi. Con l’inserimento del latte vaccino nell’alimentazione umana e a seguito di una mutazione genetica, alcuni individui si sono dotati di lattasi ed hanno acquisito la capacità di digerire bene il latte vaccino. L’intolleranza al lattosio è molto comune nella popolazione mondiale e non vi sono significative differenze di incidenza fra i due sessi. Studi condotti su vasti campioni di popolazione in diverse zone del pianeta hanno evidenziato una maggiore frequenza di deficit da lattasi in età adulta nelle aree geografiche a minor consumo di latte e, parallelamente, una minore incidenza dell’intolleranza tra le popolazioni ove il consumo di latte è maggiore e prosegue anche oltre l’età infantile. Negli Stati Uniti ne è affetto circa il 22% della popolazione. In nord Europa la prevalenza è molto bassa (solo il 5% degli individui). Nell’Europa centrale è circa il 30 %, mentre nell’Europa del sud e nella fascia equatoriale si registra la prevalenza maggiore (circa il 70%). Tali differenze geografiche sono dovute molto probabilmente anche al fatto che il flusso migratorio che ha portato le popolazioni a spostarsi dall’Africa all’Europa, dove la pastorizia era più diffusa, è avvenuto in un periodo antecedente a quello della mutazione enzimatica. I sintomi dovuti alla intolleranza al lattosio sono di natura gastrointestinale: gonfiore e tensione addominale, flatulenza, crampi e dolori addominali diffusi sono i sintomi più frequenti. Il gene della lattasi è situato sul cromosoma 2, dagli studi condotti non sono state evidenziate significative differenze nel DNA di soggetti che presentano diversi livelli di attività dell’enzima. Differenze significative sono state invece riscontrate nella regione di regolazione dell’attività del gene responsabile della biosintesi della lattasi e quindi in varianti alleliche in grado di rendere più o meno efficiente la sua trascrizione in RNA messaggero. Altri studi dimostrano poi che esistono vari livelli di modulazione dell’ espressione dell’attività dell’enzima anche nelle diverse età. E’ stato visto infatti che, l’attività della lattasi aumenta a partire dal terzo trimestre di vita fetale per diventare massima al termine della gravidanza. Questo è il motivo per cui neonati pretermine presentano attività lattasica meno efficiente. Il deficit di lattasi nell’adulto sembra insorgere nella gran parte dei casi quindi come conseguenza della fisiologica iporegolazione dell’attività enzimatica. Diverso il discorso è invece per quella che viene indicata come carenza congenita primaria di lattasi (CLD) che a differenza della più frequente intolleranza al lattosio rappresenta un disordine genetico autosomico recessivo molto raro e che comporta la totale assenza di espressione dell’enzima già dall’età neonatale. Questo si manifesta nel neonato con forte diarrea, disidratazione anche grave associata a perdita di peso. I tempi con cui i sintomi dell’intolleranza al lattosio insorgono variano da una a poche ore dall’ingestione di alimenti contenenti lo zucchero. Il disaccaride non idrolizzato non può essere assorbito a livello del tenue e così il lattosio non digerito passa lo sfintere ileo-cecale e giunge nel colon. A contatto con la flora batterica il lattosio viene sottoposto ad un processo di fermentazione i cui intermedi sono acidi grassi a catena corta, idrogeno, anidride carbonica e metano, responsabili dei disturbi gastrointestinali. Essendo poi una sostanza osmoticamente attiva, il lattosio richiama nel colon acqua impedendo la formazione di feci solide. In questi casi è opportuno eliminare dalla propria dieta cibi contenenti lattosio per un certo periodo di tempo e reinserirli successivamente in modo graduale verificandone la dose di tolleranza. Non esiste una dose-soglia valida per tutti, ma una tolleranza allo zucchero del tutto soggettiva. L’entità del deficit produttivo si manifesta infatti quando la quantità di lattosio assunta supera la capacità metabolica dell’organismo. Lo yogurt ad esempio presenta un contenuto di lattosio molto ridotto, poiché quest’ultimo è in gran parte utilizzato come substrato dai lattobacilli fermentativi, e quindi spesso ben tollerato. Tra gli alimenti che contengono lattosio ricordiamo: latte intero, scremato o parzialmente scremato; latte in polvere o condensato; panna; ricotta, latticini e formaggi spalmabili; gelati e bevande a base di latte come frappè; in minori quantità yogurt, formaggi stagionati, alcuni salumi, alimenti contenenti siero di latte, salse e sughi pronti, cereali da colazione, merendine, budini, pane al latte e altri prodotti da forno. E’ consentito invece il consumo se ben tollerato di latte e formaggi speciali ad alta digeribilità, pasta e poi riso e tutti gli altri cereali, verdura, frutta, carne, pesce, pane e prodotti da forno che ne sono privi, dolci e creme senza latte, tutte le bevande vegetali. Nel caso ci sia la necessità di eliminare il lattosio dalla propria dieta il suggerimento è però di considerare l’insorgere nel tempo di eventuali carenze nutrizionali di calcio, vit D e vit B12, di cui il latte e i suoi derivati sono ricchi. Pertanto non è sufficiente eliminare dalla propria dieta gli alimenti che lo contengono, ma ricercare e consumare con regolarità quelli che più si adattano alle esigenze personali e che rappresentano fonti alternative di questi nutrienti (es. bevande vegetali addizionate, se ben tollerati alcuni formaggi stagionati, carni, uova e frutta secca, acqua con un buon contenuto di calcio).
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La cellulite tecnicamente chiamata panniculopatia edemato-fibro-sclerotica (Pefs) è un fastidioso inestetismo cutaneo, causato da una degenerazione degli adipociti o per meglio dire da un ristagno di liquidi lì dove si ha un'infiammazione del tessuto adiposo. Le parti del corpo interessate sono: pancia, cosce, fianchi e glutei e gambe ma anche area del ginocchio e braccia soprattutto nella parte interna. Ci sono diversi tipi di cellulite: - cellulite edematosa in cui l'epidermide presenta un aspetto gonfio e spugnoso. La causa è una cattiva circolazione venosa con formazione di edema a livello dell'ipoderma, riconoscibile anche attraverso la palpazione. Pressando con un dito la zona interessata, infatti, si ha la comparsa di un incavo persistente nella pelle detto foeva. - cellulite fibrosa spesso associata alla forma edematosa è dovuta ad una degenerazione del tessuto connettivo con un accumulo di adiposità localizzate, che conferiscono alla pelle il classico effetto a buccia d'arancia. - cellulite sclerotica il tessuto connettivo diventa più spesso e i noduli si fanno più grossi e dolenti. - cellulite compatta e molle nelle cui categorie possono rientrare tutte le forme descritte. La cellulite compatta in particolare colpisce anche le donne magre, in buona forma fisica e con una muscolatura tonica ma poco mobile. Si localizza prevalentemente su cosce e glutei. E' tra le forme più comuni di cellulite dovuta quasi sempre ad una cattiva circolazione venosa e linfatica e spesso associata a evidenti smagliature dovute ad un'alterazione del tessuto elastico. La cellulite molle colpisce invece generalmente donne di età superiore ai 50 anni, in evidente ipotonia e quindi sedentarie e soggette al cosiddetto effetto yo-yo ovvero ad una variazione ciclica del peso. La cellulite molle è caratterizzata da infiltrati mobili e noduli sclerotizzati non compatti e che si muovono come un tutt'uno al variare della posizione. A tavola è necessario applicare delle semplici regole:
In breve sintesi, per concludere, le armi indispensabili per combattere contro questo fastidioso inestetismo sono: seguire una sana e corretta alimentazione, evitare fumo e alcol, praticare sport regolarmente e bere tanta acqua. Con il passare degli anni, la pelle subisce modificazioni a livello cellulare e strutturale. Si parla di crono-invecchiamento e si traduce in un lento cambiamento dell'aspetto esteriore. Il tessuto cutaneo, più di ogni altro organo, essendo maggiormente esposto a fattori esterni (radiazioni solari, sbalzi di temperatura, inquinamento, ecc.) subisce questo graduale processo. Se è vero che i modi e i tempi d'invecchiamento dell'organismo, pelle inclusa, dipendono dal nostro patrimonio genetico, alcuni fattori possono infatti accelerarlo:
In particolare, poi, alcune sostanze contenute negli alimenti sono capaci di influenzare in modo profondo il DNA, di interferire con le difese immunitarie e gli equilibri ormonali, di contrastare la formazione dei radicali liberi e l'invecchiamento cellulare. Tra queste:
L'età ha quindi il suo peso, ma agire d'anticipo con uno stile di vita sano è possibile. Se è vero che "siamo ciò che mangiamo" (Ludwig Feuerbach 1804-1872), sono soprattutto i cibi che portiamo in tavola a determinare la bellezza della nostra pelle. Seguire una dieta equilibrata, ricca di antiossidanti e povera di sodio, bere molta acqua, mantenersi in esercizio fisico, evitare fumo ed alcol, evitare lunghe esposizioni al sole e dormire a sufficienza sono tutti interventi utili a contrastare i lenti processi legati all'invecchiamento cutaneo. L'Alzheimer (MA), secondo la definizione data dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, è una forma di demenza degenerativa primaria corticale ad eziologia multifattoriale che compromette in modo graduale ed irreversibile le funzioni cognitive, comportamentali e funzionali dell'individuo che ne è affetto. In termini di costi sulla spesa sanitaria la MA si classifica al terzo posto, dopo le neoplasie e le malattie cardiovascolari, con conseguenze molto importanti che si ripercuotono in termini economici, assistenziali e psicologici anche sulle famiglie che se ne fanno carico. Negli Stati Uniti il numero di persone affette da MA è stimato in circa 4 milioni, mentre in Italia le cifre sono comprese tra 300.000 e 600.00 secondo le diverse stime; si prevede comunque che queste cifre possano raddoppiare entro il 2020. Tra i numerosi fattori non modificabili che concorrono alla malattia (es. genetica ed età), ve ne sono altri così detti ambientali che sono modificabili in quanto legati allo stile di vita e all'alimentazione. Questi fattori possono essere presi in considerazione come preventivi nei confronti della malattia. Se andiamo ad analizzare:
A tutto questo si aggiungono poi fattori ambientali che sembrerebbero concorrere alla patogenesi della malattia. In particolare, alcune patologie croniche come l'ipertensione arteriosa, le malattie cardiovascolari, il diabete mellito, l'obesità-sovrappeso, l'ipercolesterolemia sembrano rappresentare tutti fattori predisponenti, dovuti a meccanismi legati all'insulino-resistenza, alla ridotta produzione di acido nitrico, all'eccesso di radicali liberi e a metaboliti infiammatori. Dati epidemiologici confermano infatti che la MA è maggiore nelle persone che seguono diete ricche di colesterolo e grassi saturi (contenuti nei derivati di origine animale) e povere in fibre. E' stato visto in particolare che elevati livelli ematici di colesterolo (1), obesità e adiposità addominale nell'età media e presenza di sindrome metabolica, rappresentano tutti possibili fattori di rischio (2). Al contrario, l'elevata assunzione di antiossidanti, composti polifenolici , vitamina E e C contenuti in abbondanza in alimenti di origine vegetale come frutta e verdura (3) sembrerebbero avere un importante ruolo neuroprotettivo e di mantenimento della neuroplasticità. E' stato osservato, poi, che anche gli isoflavoni della soia in donne in post menopausa sembrerebbero assolvere un ruolo protettivo in quanto legati alla inibizione e all'accumulo di aggregati di beta-amiloide (4). Sempre più evidente è, quindi, l'innegabile beneficio che una dieta mediterranea, strutturata su base vegetale, può avere anche nel contrastare le malattie neurodegenerative come l'Alzheimer. Anche in questo ambito, il punto di partenza per la prevenzione è consumare giornalmente 4 o 5 porzioni tra frutta e verdura, preferire prodotti non raffinati come riso, pane e pasta integrali, moderare il consumo di sale, ridurre il consumo di carne rossa, utilizzando, invece, più spesso legumi, carne bianca, pesce e formaggi magri. 1. Midlife vascular risk factors and Alzheimer's disease in later life: longitudinal, population based study - Kivipelto 2001 2. Metabolic syndrome and cognitive decline in French elders: The Three-City Study - Raffaitin 2011 3. The incidence of dementia and intake of animal products: preliminary findings from the Adventist Health Study - Giem 1993. 4. Isoflavones and Alzheimer's disease: the effects of soy in diet - Habib 2014 La perdita di massa ossea con l'età è un processo fisiologico ma, quando supera una certa entità, diventa una malattia cui si dà il nome di osteoporosi e che rappresenta il disturbo più comune del metabolismo minerale osseo in età avanzata. L'osteoporosi è caratterizzata da una compromissione della resistenza ossea che predispone a un maggior rischio di fratture che rappresentano l'epifenomeno clinico della malattia, pur potendo decorrere per anni anche in maniera del tutto asintomatica. Attraverso la correzione dello stile di vita e il trattamento farmaco-terapeutico è possibile in molti casi ridurre o addirittura arrestare il decorso della malattia. Uno studio recentemente condotto dall'OMS ha evidenziato che l'osteoporosi interessa, attualmente, oltre 75 milioni di persone in Europa, Stati Uniti e Giappone, con un rischio stimato del 15% di andare incontro ad una frattura vertebrale del polso o dell'anca nell'arco della vita. E' stato, inoltre, pronosticato che nel 2050 l'osteoporosi interesserà tra i 7,3 e i 21,3 milioni di persone nel mondo. Solo in Italia studi epidemiologici, con dati raccolti tra il 1999 e il 2000, mostrano che la malattia nel sesso maschile riguarda il 14,5% dopo i 60 anni ed il 22,8% delle donne dopo i 40 anni. La massa ossea dipende dal bilancio tra la quantità di osso formato dagli osteoblasti e la quantità di osso riassorbito dagli osteoclasti. Così la massa ossea aumenta nelle prime tre decadi di vita (in maniera importante nelle prime due e lievemente nella terza) per raggiungere il picco di massa ossea tra i 20 e i 30 anni. Il picco di massa ossea raggiunto alla maturità scheletrica (20-30 anni) è il principale fattore che incide sulla massa ossea nelle età successive ed è determinante nello sviluppo dell'osteoporosi. La massa ossea in una certa età è determinata, infatti, dalla risultante della differenza tra osso acquisito durante l'accrescimento (massa ossea del picco) e quella persa nelle epoche successive, perdita che si accelera dopo la menopausa a causa della carenza di estrogeni. Dopo la menopausa, infatti, l'assenza di estrogeni favorisce la scomparsa dell'inibizione dell'attività osteoclastica con conseguente aumento del ritmo di demolizione ossea. Contemporaneamente il calo di estrogeni compromette l'efficacia del riassorbimento intestinale del calcio alimentare e, come conseguenza, diminuiscono i livelli ematici di calcio con conseguente aumento di paratormone (PTH) che riporta la calcemia a livelli normali attraverso la stimolazione del riassorbimento dell'osso. L'effetto netto è la perdita di massa ossea. Alcuni fattori nutrizionali o dello stile di vita, così come la presenza di altre patologie associate, possono comunque accelerare la perdita ossea indipendentemente dal calo estrogenico. Le cause predisponenti dell'osteoporosi sono, infatti, definite multifattoriali e sono legate a predisposizione genetica, stato fisiologico, apporto di calcio, vitamina D, attività fisica, peso corporeo e non ultimo alimentazione. Per prevenire l'osteoporosi l'obiettivo è:
Secondo le linee guida internazionali OMS (Organizzazione mondiale della sanità) nell'ambito della prevenzione primaria è inoltre necessario:
Questo è possibile attraverso un uso appropriato di alimenti ricchi di calcio e vitamina D come latte vaccino e/o bevande vegetali addizionate (latte di riso, di soia ecc.), yogurt, legumi, frutta secca (es. mandorle), semi oleaginosi (es. sesamo), verdure (es. rucola, radicchio verde, cavolo cappuccio, indivia, tarassaco, foglie di rapa, carciofi, broccoletti di rapa), erbe aromatiche (salvia, rosmarino, basilico, menta), pesce azzurro (es. sgombro e salmone) e uova. Anche un buon apporto idrico è necessario e l'acqua già contiene buone fonti di calcio (es. acque minerali bicarbonato-calciche). In conclusione, nell'ambito di una dieta varia ed equilibrata, non facciamo mai mancare questi alimenti incidendo, a scopo preventivo, in modo corretto sulle nostre abitudini alimentari e sul nostro stile di vita. Da tempo diversi studi epidemiologici hanno dimostrato la stretta correlazione tra “occidentalizzazione della dieta” ed insorgenza di patologie cronico degenerative e cardiovascolari. Partendo dal presupposto che, nel contesto di uno stile di vita sano e di una dieta bilanciata, non si può prescindere dall'incoraggiare ad adottare un modello di “dieta mediterranea”, così detta “plant-based”, che segue, in modo attento, i canoni ed principi dettati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e che esso rappresententa un modello di riferimento si può considerare che, soprattutto negli ultimi tempi, a fronte anche degli oramai noti aspetti benefici sulla salute in generale, sempre più diffusa è la completa scelta “vegetariana o vegana” che si basa su motivazioni oltre che salutistiche anche etiche ed ambientali. Per definizione, la dieta vegetariana esclude il consumo di tutti i tipi di “animal flesh” (cioè tutti i tipi di carne come, ad esempio, quella bovina e suina, il pollame, la selvaggina, i pesci e tutte le specie acquatiche); sono ovviamente esclusi anche tutti i prodotti di trasformazione industriale (come insaccati, patè e sushi). Più precisamente, il modello latto-ovo vegetariano esclude tutti i tipi di carne includendo, invece, latte e derivati (formaggi e latticini), uova, miele ed un’ampia varietà di tutti i gruppi di alimenti vegetali. Il modello vegano esclude tutti i tipi di carne, latte e derivati (formaggi e latticini), uova e miele, consumando invece un’ampia varietà di alimenti vegetali. Considerando che il profilo nutrizionale di questi due principali modelli dietetici può presentare un’estrema variabilità individuale in dipendenza al tipo e alla quantità di alimenti vegetali consumati ed al loro grado di trasformazione, si comprende che una dieta vegetariana o vegana è un’ottima scelta solo se ben fatta e programmata. Secondo le più recenti linee guida internazionali, la USDA (United States Department of Agricolture), l’American Dietetic Association e la SSNV (Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana), le diete vegetariane infatti sono ampiamente in grado di soddisfare le raccomandazioni di nutrienti indicate per la popolazione. Nella programmazione di una dieta vegetariana è necessario soddisfare il fabbisogno energetico individuale, facendo particolare attenzione alla biodisponibilità e all’adeguatezza nutrizionale di particolari nutrienti che possono essere potenzialmente critici in questo tipo di dieta (proteine ad alto valore biologico, vitamina B12, ferro, zinco, calcio, vitamina D ed omega-3). A tale scopo è necessario consumare un’ampia varietà di cibi vegetali, favorendone la complementarietà e ricordando che le principali fonti:
Si può concludere, quindi, che una dieta vegetariana o vegana, seguita in modo consapevole, programmato e attento rappresenta allora una valida alternativa alimentare alla canonica dieta mediterranea. L'acqua è l'alimento più abbondante ed è indispensabile per l'organismo. È il principale componente del corpo umano e rappresenta circa il 55-60% del peso corporeo di un adulto e circa il 75% del peso di un neonato. Sorgente di vita e di benessere, l'acqua ricopre circa i 5/7 della superficie terrestre e dal punto di vista chimico è l'unico composto che in natura è presente allo stato liquido, solido e gassoso. L'acqua è necessaria per le reazioni biochimiche che avvengono nel nostro organismo, per la regolazione della temperatura corporea, per l'eliminazione di minerali e sostanze organiche, per la digestione, l'assorbimento, trasporto ed utilizzazione dei nutrienti. Il bilancio idrico è il rapporto tra i volumi d'acqua in entrata e in uscita dall'organismo, un rapporto che deve essere costantemente mantenuto in equilibrio. Attraverso le urine, le feci, la sudorazione e la respirazione, infatti, il nostro copro elimina continuamente acqua che deve essere reintegrata. Se il bilancio idrico non è rispettato si possono avere tutti i sintomi che comunemente sono legati alla disidratazione: secchezza orale, cefalea, irritabilità, insonnia, astenia. Perdite superiori al 10% sono incompatibili con la vita. Il centro della sete, che si trova nella regione ipotalamica del nostro cervello, regola questo complesso meccanismo, il cui equilibrio dipende dalla corretta funzionalità renale per l'eliminazione controllata di acqua ed elettroliti e da un sistema di recettori nervosi che segnalano all'organismo la necessità di assumere acqua attraverso lo stimolo della sete. Questo insorge tutte le volte che il volume totale dell'acqua nell'organismo diminuisce dell'1-2%. Spesso, però, ci si accorge di essere assetati solo quando la perdita di acqua è già stata tale da provocare i primi effetti negativi. Meglio, quindi, tentare di anticipare il senso della sete o provvedere subitamente. Il fabbisogno di acqua per adulti e anziani è di 1 ml di acqua per ogni kilocaloria alimentare introdotta durante la giornata. Ciò corrisponde ai raccomandati 6/8 bicchieri di acqua al giorno, circa 1,5-2litri. I bambini che sono a maggior rischio di disidratazione hanno necessità di quantità maggiori, circa 1,5 ml/kcal/giorno. L'acqua, comunque, ricordiamo che è già contenuta in molti alimenti come latte, frutta e verdura. Con l'avanzare dell'età, poi, il tenore idrico dell'organismo diminuisce a causa della minore capacità di ritenzione dei tessuti e la capacità di risposta del centro della sete diventa meno pronta, di conseguenza aumenta il rischio di disidratazione. Assumere liquidi durante l'esercizio fisico promuove un'adeguata idratazione, infatti, è noto che una riduzione del 5% del peso corporeo con la sudorazione compromette la performance fisica (M. Gleeson et al. 1996). La rapidità di assimilazione da parte dell'organismo in questi casi è fondamentale per bilanciare prontamente le perdite, per tale motivo, la bevanda da usare prima o durante l'attività sportiva dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: minima permanenza nello stomaco, rapido assorbimento. Si consiglia una bevanda ipotonica, una con eccessiva concentrazione di zuccheri o sali disciolti avrebbe, infatti, l'inconveniente di "fermarsi" a lungo nello stomaco, rallentando l'assorbimento dell'acqua da parte dell'organismo. Una soluzione adatta deve avere una percentuale di zuccheri intorno al 4-5% e una minima quantità di elettroliti (sodio 10-20 mEq/l pari a circa un grammo di cloruro di sodio/L). Tra gli zuccheri Fruttosio e Maltodestrine risultano essere più indicate a prevenire un aumento di insulina con conseguente ipoglicemia durante la performance. Questo è particolarmente indicato per chi pratica attività moderata o ad alta intensità di un'ora o più. L'acqua è alla base anche della dieta mediterranea che, ancora una volta, risulta essere ideale per promuovere uno stato di salute e di benessere. Il consumo di ortaggi e frutta nelle quantità di quattro o cinque porzioni al giorno, infatti, già garantisce un discreto apporto idrico. Data l'importanza dell'acqua nell'alimentazione umana, l'Associazione Italiana Dietetica e Nutrizione Clinica nel 2011 ha proposto la piramide dell'idratazione suggerita per la popolazione italiana adulta. E allora ricordiamoci di bere un bicchiere di acqua in più soprattutto in questo periodo dell'anno. La steatosi epatica non alcolica (NAFLD Non-Alcoholic Fatty Disease) è una condizione patologica caratterizzata dall'accumulo di lipidi nel fegato. Generalmente questa si manifesta in concomitanza di un'altra serie di patologie, quali insulino-resistenza, diabete di tipo 2, obesità o dislipidemie ed altri disordini metabolici. La severità della patologia può variare dalla semplice asintomatica steatosi, alla più grave forma di steatoepatite, la NASH (Non-Alcoholic SteatoHepatitis), che può evolvere in fibrosi o cirrosi epatica. Allo stato attuale si stima che circa il 10-35% della popolazione mondiale ne sia affetto. Nonostante l'aumentata prevalenza della patologia nei Paesi Occidentali osservata negli ultimi 10-15 anni, i meccanismi molecolari che controllano la sua progressione sono, però, purtroppo ancora largamente incompresi. Come è noto la NAFLD è la conseguenza di un disequilibrio tra le diverse vie metaboliche coinvolte nella sintesi, nella degradazione e nella secrezione dei lipidi dal fegato. Gli acidi grassi che si accumulano a livello epatico possono derivare dalla lipolisi dei trigliceridi del tessuto adiposo, dalla sintesi de novo, o direttamente dalla dieta. Una dieta ricca di fibre ed a basso contenuto di grassi saturi, associata ad può dì attività fisica rappresenta perciò il primo fattore di prevenzione. Un valido aiuto è fornito poi, dagli acidi grassi polinsaturi (PUFA) della serie omega-3 ed omega-6 presenti in numerosi fonti alimentari come pesce azzurro, semi e frutta oleosa. I PUFA infatti intervengono nel modulare la sintesi de novo degli acidi grassi nel fegato. In particolare è stato ampiamente dimostrato che gli omega-3 come l'acido eicosapentaenoico e decosaesaenoico, contenuti nell'olio di pesce, sono in grado di esercitare un ruolo benefico nella prevenzione delle dislipidemie e quindi nelle patologie legate all'accumulo di grassi. Recentemente numerosi studi hanno messo in evidenzia l'efficacia, come aiuto nel trattamento della steatosi e della sindrome metabolica, anche dell'olio di krill. Si tratta di un olio ricco in omega-3 estratto da piccoli invertebrati marini appartenenti alla specie Euphasia superba che compongono lo zooplancton antartico, anello alla base della catena alimentare marina. Alla base di tutto in ogni caso, come prevenzione primaria, c'è sempre un'alimentazione equilibrata ed un sano stile di vita. Una dieta base, che possa ridurre il peso del 5-10% se obesi, associata a tre/sei ore di sport a settimana aiuta a normalizzare le transaminasi. I maggiori errori alimentari riguardano l'assunzione di bibite dolci, gasate ed alcoliche, molte carni rosse e cibi grassi. Bisognerebbe, invece, seguire i principi della "dieta mediterranea" arricchendo la propria tavola di prodotti integrali ricchi in fibre, scegliere di ridurre i grassi saturi a favore dei mono e polinsaturi contenuti nell'olio extravergine di oliva, nel pesce azzurro, e nella frutta oleosa. Scegliere metodi di cottura semplici e poco elaborati. La malattia celiaca (MC) è un'enteropatia immunomediata che si manifesta in soggetti predisposti a seguito dell'ingestione del glutine (Husby et al. 2012), complesso di proteine di riserva contenuto in alcuni cereali quali frumento, segale, orzo, farro.... . L'ingestione di alimenti contenenti glutine, determina in tali pazienti una risposta immunitaria abnorme a livello dell'intestino tenue, che comporta un danneggiamento dei villi della mucosa intestinale con conseguente di malassorbimento di alcuni nutrienti. La malattia celiaca si manifesta con quadri clinici spesso non molto chiari fin dall'inizio. La forma tipica esordisce solitamente nei primi 6-24 mesi di vita, a seguito dell'introduzione dei cereali con il divezzamento. I sintomi evidenti sono principalmente gastrointestinali ed includono forme di diarrea cronica, inappetenza, dolori addominali ricorrenti. A questi seguono alterazioni ematochimiche spesso non così evidenti dovute al malassorbimento, quali scarso incremento ponderale o perdita di peso, anemia, edemi, alterazioni della coagulazione, deficit di vitamine ed oligoelementi. Attualmente l'incidenza della malattia celiaca è stimata intorno all'1%, sia in età pediatrica che in età adulta, con valori più elevati in Europa occidentale, nel Nord America e in Austarlia (Mustalathi 2010). L'unica terapia ad oggi disponibile è la totale esclusione dalla dieta di alimenti contenenti glutine. Un miglioramento della sintomatologia, generalmente si ottiene dopo 1-2 settimane di dieta priva di glutine e nello stesso periodo si assiste ad una ricostruzione delle cellule epiteliali intestinali. A distanza di circa un mese si ha una ripresa delle funzioni assorbitive. Seguire un'alimentazione priva di glutine richiede molto rigore ed è favorita oggi, dalla presenza di una vasta gamma di prodotti gluten-free presenti in commercio. Spesso però si è attratti da prodotti ipercalorici, ricchi di grassi saturi e zuccheri semplici. Per tale motivo si può verificare un paradosso: nei pazineti con celiachia, una rigorosa dieta senza glutine può diventare un fattore di rischio per le patologie cronico-degenerative legate all'obesità, alle problematiche cardiovascolari ed al diabete mellito. Il consiglio pertanto è di adottare una cucina semplice prediligendo ricette da fare a casa, limitando tutti i prodotti da forno, gli snack, i cibi e le bevande ricche di zuccheri. Come si sa, è possibile fare in casa pane, torte salate e dolci squisiti, utilizzando le svariate farine senza glutine. Per citarne solo alcune, quella di riso, di mais e di grano saraceno, utilizzando per addensare amido di mais, amido di riso e fecola di patate. Un po' di tempo in più da passare in cucina, con un pizzico di attività fisica giornaliera, servirà sicuramente a coccolare il proprio palato e la propria linea! Una corretta alimentazione è fondamentale nella terapia delle malattie metaboliche e nella prevenzione di quelle cardiovascolari. Se un tempo obesità, dislipidemia, ipertensione arteriosa e diabete erano considerate e trattate separatamente, oggi le si considera manifestazioni di un'unica condizione clinica alla quale si dà il nome complessivo di Sindrome Metabolica (National Cholesterol Education Program; Adult Treatment - Panel III NCEP- ATP III; 2001-2005). Si é in presenza di Sindrome Metabolica se sono presenti almeno tre dei seguenti fattori di rischio:
Studi epidemiologici suggeriscono cha l'aggregazione tra i vari fattori di rischio determini un fattore di rischio moltiplicativo, maggiore cioè alla somma dei singoli fattori di rischio coesistenti. Alla luce di queste premesse, è evidente che la prevenzione della Sindrome Metabolica e delle sue complicanze andrà attuata innanzitutto mediante la riduzione dell'obesità, in particolare del grasso viscerale e centrale, che condiziona il miglioramento e, a volte, anche la completa normalizzazione di tutte le alterazioni che caratterizzano la Sindrome Metabolica. Ciò può essere ottenuto associando ad una regolare attività fisica, diete moderatamente ipocaloriche, a basso contenuto di grassi animali, zuccheri semplici e ricche di fibre vegetali. |
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