La cellulite tecnicamente chiamata panniculopatia edemato-fibro-sclerotica (Pefs) è un fastidioso inestetismo cutaneo, causato da una degenerazione degli adipociti o per meglio dire da un ristagno di liquidi lì dove si ha un'infiammazione del tessuto adiposo. Le parti del corpo interessate sono: pancia, cosce, fianchi e glutei e gambe ma anche area del ginocchio e braccia soprattutto nella parte interna. Ci sono diversi tipi di cellulite: - cellulite edematosa in cui l'epidermide presenta un aspetto gonfio e spugnoso. La causa è una cattiva circolazione venosa con formazione di edema a livello dell'ipoderma, riconoscibile anche attraverso la palpazione. Pressando con un dito la zona interessata, infatti, si ha la comparsa di un incavo persistente nella pelle detto foeva. - cellulite fibrosa spesso associata alla forma edematosa è dovuta ad una degenerazione del tessuto connettivo con un accumulo di adiposità localizzate, che conferiscono alla pelle il classico effetto a buccia d'arancia. - cellulite sclerotica il tessuto connettivo diventa più spesso e i noduli si fanno più grossi e dolenti. - cellulite compatta e molle nelle cui categorie possono rientrare tutte le forme descritte. La cellulite compatta in particolare colpisce anche le donne magre, in buona forma fisica e con una muscolatura tonica ma poco mobile. Si localizza prevalentemente su cosce e glutei. E' tra le forme più comuni di cellulite dovuta quasi sempre ad una cattiva circolazione venosa e linfatica e spesso associata a evidenti smagliature dovute ad un'alterazione del tessuto elastico. La cellulite molle colpisce invece generalmente donne di età superiore ai 50 anni, in evidente ipotonia e quindi sedentarie e soggette al cosiddetto effetto yo-yo ovvero ad una variazione ciclica del peso. La cellulite molle è caratterizzata da infiltrati mobili e noduli sclerotizzati non compatti e che si muovono come un tutt'uno al variare della posizione. A tavola è necessario applicare delle semplici regole:
In breve sintesi, per concludere, le armi indispensabili per combattere contro questo fastidioso inestetismo sono: seguire una sana e corretta alimentazione, evitare fumo e alcol, praticare sport regolarmente e bere tanta acqua.
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Con il passare degli anni, la pelle subisce modificazioni a livello cellulare e strutturale. Si parla di crono-invecchiamento e si traduce in un lento cambiamento dell'aspetto esteriore. Il tessuto cutaneo, più di ogni altro organo, essendo maggiormente esposto a fattori esterni (radiazioni solari, sbalzi di temperatura, inquinamento, ecc.) subisce questo graduale processo. Se è vero che i modi e i tempi d'invecchiamento dell'organismo, pelle inclusa, dipendono dal nostro patrimonio genetico, alcuni fattori possono infatti accelerarlo:
In particolare, poi, alcune sostanze contenute negli alimenti sono capaci di influenzare in modo profondo il DNA, di interferire con le difese immunitarie e gli equilibri ormonali, di contrastare la formazione dei radicali liberi e l'invecchiamento cellulare. Tra queste:
L'età ha quindi il suo peso, ma agire d'anticipo con uno stile di vita sano è possibile. Se è vero che "siamo ciò che mangiamo" (Ludwig Feuerbach 1804-1872), sono soprattutto i cibi che portiamo in tavola a determinare la bellezza della nostra pelle. Seguire una dieta equilibrata, ricca di antiossidanti e povera di sodio, bere molta acqua, mantenersi in esercizio fisico, evitare fumo ed alcol, evitare lunghe esposizioni al sole e dormire a sufficienza sono tutti interventi utili a contrastare i lenti processi legati all'invecchiamento cutaneo. La perdita di massa ossea con l'età è un processo fisiologico ma, quando supera una certa entità, diventa una malattia cui si dà il nome di osteoporosi e che rappresenta il disturbo più comune del metabolismo minerale osseo in età avanzata. L'osteoporosi è caratterizzata da una compromissione della resistenza ossea che predispone a un maggior rischio di fratture che rappresentano l'epifenomeno clinico della malattia, pur potendo decorrere per anni anche in maniera del tutto asintomatica. Attraverso la correzione dello stile di vita e il trattamento farmaco-terapeutico è possibile in molti casi ridurre o addirittura arrestare il decorso della malattia. Uno studio recentemente condotto dall'OMS ha evidenziato che l'osteoporosi interessa, attualmente, oltre 75 milioni di persone in Europa, Stati Uniti e Giappone, con un rischio stimato del 15% di andare incontro ad una frattura vertebrale del polso o dell'anca nell'arco della vita. E' stato, inoltre, pronosticato che nel 2050 l'osteoporosi interesserà tra i 7,3 e i 21,3 milioni di persone nel mondo. Solo in Italia studi epidemiologici, con dati raccolti tra il 1999 e il 2000, mostrano che la malattia nel sesso maschile riguarda il 14,5% dopo i 60 anni ed il 22,8% delle donne dopo i 40 anni. La massa ossea dipende dal bilancio tra la quantità di osso formato dagli osteoblasti e la quantità di osso riassorbito dagli osteoclasti. Così la massa ossea aumenta nelle prime tre decadi di vita (in maniera importante nelle prime due e lievemente nella terza) per raggiungere il picco di massa ossea tra i 20 e i 30 anni. Il picco di massa ossea raggiunto alla maturità scheletrica (20-30 anni) è il principale fattore che incide sulla massa ossea nelle età successive ed è determinante nello sviluppo dell'osteoporosi. La massa ossea in una certa età è determinata, infatti, dalla risultante della differenza tra osso acquisito durante l'accrescimento (massa ossea del picco) e quella persa nelle epoche successive, perdita che si accelera dopo la menopausa a causa della carenza di estrogeni. Dopo la menopausa, infatti, l'assenza di estrogeni favorisce la scomparsa dell'inibizione dell'attività osteoclastica con conseguente aumento del ritmo di demolizione ossea. Contemporaneamente il calo di estrogeni compromette l'efficacia del riassorbimento intestinale del calcio alimentare e, come conseguenza, diminuiscono i livelli ematici di calcio con conseguente aumento di paratormone (PTH) che riporta la calcemia a livelli normali attraverso la stimolazione del riassorbimento dell'osso. L'effetto netto è la perdita di massa ossea. Alcuni fattori nutrizionali o dello stile di vita, così come la presenza di altre patologie associate, possono comunque accelerare la perdita ossea indipendentemente dal calo estrogenico. Le cause predisponenti dell'osteoporosi sono, infatti, definite multifattoriali e sono legate a predisposizione genetica, stato fisiologico, apporto di calcio, vitamina D, attività fisica, peso corporeo e non ultimo alimentazione. Per prevenire l'osteoporosi l'obiettivo è:
Secondo le linee guida internazionali OMS (Organizzazione mondiale della sanità) nell'ambito della prevenzione primaria è inoltre necessario:
Questo è possibile attraverso un uso appropriato di alimenti ricchi di calcio e vitamina D come latte vaccino e/o bevande vegetali addizionate (latte di riso, di soia ecc.), yogurt, legumi, frutta secca (es. mandorle), semi oleaginosi (es. sesamo), verdure (es. rucola, radicchio verde, cavolo cappuccio, indivia, tarassaco, foglie di rapa, carciofi, broccoletti di rapa), erbe aromatiche (salvia, rosmarino, basilico, menta), pesce azzurro (es. sgombro e salmone) e uova. Anche un buon apporto idrico è necessario e l'acqua già contiene buone fonti di calcio (es. acque minerali bicarbonato-calciche). In conclusione, nell'ambito di una dieta varia ed equilibrata, non facciamo mai mancare questi alimenti incidendo, a scopo preventivo, in modo corretto sulle nostre abitudini alimentari e sul nostro stile di vita. Il diabete Mellito Gestazionale, o GDM (Gestational Diabetes Mellitus), è un'alterazione del metabolismo dei carboidrati con vario grado e severità, che può insorgere durante la gravidanza nel secondo e terzo trimestre. In questo periodo, oltre ad una serie di cambiamenti fisici e fisiologici, si instaura nella madre una condizione di insulino-resistenza dovuta alla maggiore produzione dell'ormone lattogeno placentare, di estrogeni, progesterone ed altri ormoni controregolatori (cortisolo, catecolamine e GH). Il profilo glicemico delle gestanti affette da GDM è caratterizzato da valori bassi di glicemia durante il digiuno e picchi nel periodo post-prandiale. In questa fase, l'iperglicemia non trattata provoca il passaggio attraverso la placenta di un'elevata quantità di glucosio, stimolando nel feto una maggiore produzione di insulina. Questa condizione può causare una serie di complicanze anche per il feto. Subito dopo il parto, i valori glicemici della madre ritornano normali. Tuttavia, resta rilevante il rischio, in seguito, di manifestare alterazioni metaboliche come diabete mellito di tipo 2 e sindrome metabolica. L'incidenza di questa patologia, secondo dati epidemiologici italiani, é di circa il 6,2% (Società Italiana di Diabetologia SID) è cresciuta considerevolmente negli ultimi dieci anni, con maggiore prevalenza nelle donne con più di 35 anni. È ormai noto come obesità e un non corretto stile di vita, assieme ad una serie di concause predisponenti, siano i principali fattori di rischio. Anche in gravidanza perciò una moderata attività fisica ed un'alimentazione bilanciata sono tra i principali fattori di prevenzione. Varie strategie possono essere utilizzate a tale scopo. L'Associazione dei Ginecologi Americani, ad esempio, raccomanda alle gestanti di praticare esercizio fisico aerobico di moderata intensità tre volte a settimana per almeno 30 minuti. Dal punto di vista strettamente alimentare, invece, è necessario garantire un'adeguata alimentazione, controllando l'incremento ponderale durante la gravidanza. A tal proposito l'Institute of Medicine (IOM) ha fissato le ultime linee guida riguardo l'aumento di peso raccomandato in gravidanza. La dieta deve essere idonea e bilanciata, sostituendo cibi grassi e ad alta densità calorica con frutta e verdure che danno senso di sazietà. Per ridurre le oscillazioni glicemiche e ridurre il senso di fame, è consigliato frazionare i pasti durante il giorno in tre principali e due spuntini. In generale, ogni spuntino dovrà contenere una quantità pari a 6-9% di carboidrati totali, mentre ciascuno dei pasti principali dovrà corrispondere a circa il 35% della quota glucidica totale. È importante che la maggior parte dei carboidrati introdotti siano rappresentati da carboidrati complessi e a basso indice glicemico, con una particolare attenzione alle fibre vegetali. A tale scopo è consigliabile il consumo di cereali integrali, legumi, ortaggi e frutta fresca, anche per garantire un corretto apporto di vitamine e sali minerali. Nei pasti principali è importante inserire anche alimenti ricchi di proteine ad alto valore biologico, come carne, pesce, uova e formaggi in modo da garantire il corretto accrescimento fetale. Imparare a moderare le porzioni, avendo consapevolezza degli alimenti consumati, mangiare più lentamente evitando di leggere o guardare la tv durante i pasti, possono essere alla base di una rieducazione alimentare da perseguire durante questa particolare condizione fisiologica ed anche in futuro. La donna si caratterizza per un'ampia variabilità di esigenze nutrizionali specifiche, fisiologiche e secondarie all'instaurarsi del ciclo mestruale, alla gravidanza e all'allattamento, nonché all'assetto metabolico della menopausa.
Per tale motivo, nelle diverse età, la donna dovrà prestare attenzione alla sua alimentazione, con particolare riguardo all'assunzione di minerali come ferro e calcio, nonché a quella di acido folico, vitamina B12 e vitamina D. Durante l'adolescenza, ad esempio, le donne sono più suscettibili a sviluppare comportamenti alimentari anomali, mirati al raggiungimento di modelli di perfezione irraggiungibili; tali disturbi, possono dare luogo a disordini ormonali e della crescita. Di fondamentale importanza, quindi, durante questa fase di vita, è l'educazione alimentare che apporti il giusto quantitativo di macro e micronutrienti (questo, ovviamente, associato ad uno stile di vita attivo che contrasti la sedentarietà). Durante la gravidanza, la convinzione che i fabbisogni nutrizionali siano doppi è un errore. Una donna in gravidanza deve, infatti, semmai mangiare "due volte meglio". La menopausa, poi, è caratterizzata da tutte le modificazioni ormonali che portano alla perdita dell'effetto protettivo degli estrogeni, con conseguente variazione della distribuzione del grasso corporeo che si localizza maggiormente a livello viscerale. Fin dal periodo pre-menopausale, perciò, è necessario prevenire e trattare il sovrappeso e l'obesità che, se trascurati, possono comportare un maggiore rischio di sviluppare una sindrome metabolica e patologie cardiovascolari. È necessario, quindi, correggere stili di vita errati, con un sano incremento dell'attività fisica, un bilanciato regime alimentare, cessare il tabagismo e l'eccessivo consumo di bevande alcoliche. |
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